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Il lavoro che non si tramanda: la vera sfida è il ricambio generazionale

info1002025
25 set
Tempo di lettura: 4 min

Dai servizi essenziali alle professioni autonome, l’Italia produttiva ha bisogno di nuove energie. Ma per riportare i giovani al lavoro servono anche imprese capaci di offrire percorsi dignitosi, crescita e responsabilità.

Di Fabio Posca, imprenditore

Milano e la Lombardia sono uno dei grandi motori economici d’Europa. Nel 2024 la Lombardia è stata la seconda regione dell’Unione europea per prodotto interno lordo complessivo, dopo l’Île-de-France: un dato che dà la misura del peso del nostro territorio. Eppure, anche qui, molte imprese si scontrano con una difficoltà sempre più evidente: trovare persone disposte a entrare nei mestieri che fanno funzionare ogni giorno aziende e città.

Il problema non riguarda soltanto i profili altamente specializzati. Tocca i servizi, la manutenzione, le pulizie, la sicurezza, l’accoglienza, la logistica e gli uffici: lavori diversi tra loro, ma tutti necessari. In un’impresa, una segreteria organizzata, una squadra affidabile sul campo e un servizio svolto con cura non sono ruoli secondari. Sono parte della qualità che il cliente riceve e della reputazione che l’azienda costruisce.

Una difficoltà reale, ma non una colpa da assegnare a un’intera generazione

Quando si parla di giovani e lavoro è facile scivolare nelle generalizzazioni. I dati raccontano una situazione più articolata. Nel 2024, in Italia, il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni era classificato come NEET, cioè non occupato e fuori da istruzione o formazione; la media dell’Unione europea era dell’11,1%. Ma circa due terzi di questi giovani risultavano disoccupati o disponibili a lavorare pur non cercando attivamente: non è corretto descriverli tutti come persone che hanno semplicemente scelto di non impegnarsi.

Accanto a questo dato, molti imprenditori sperimentano ogni giorno un altro fenomeno: candidature insufficienti, competenze non allineate alle mansioni, difficoltà a rendere attrattivi ruoli che richiedono puntualità, costanza, disponibilità e responsabilità. Il punto non è accusare i ragazzi. È capire perché tanti percorsi professionali non partono, oppure si interrompono prima di diventare un mestiere.

Il lavoro concreto non è un lavoro di serie B

Abbiamo bisogno di restituire dignità a tutte le professioni. Un lavoro operativo o di servizio non è “umile” nel senso di minore valore: può richiedere capacità tecniche, attenzione, affidabilità e rispetto delle persone. Lo stesso vale per le mansioni amministrative e di supporto, spesso invisibili finché qualcosa non funziona.

Anche chi ha una laurea può scoprire che il lavoro immaginato durante gli studi non corrisponde alle opportunità disponibili, o può scegliere un’altra strada. La questione è creare ponti migliori tra formazione e impiego, e rendere possibile una crescita reale anche al di fuori delle carriere più celebrate.

Intanto, i social mostrano ogni giorno storie di fama e successo rapido. Desiderare un progetto creativo o digitale è legittimo; il rischio nasce quando l’eccezione viene scambiata per una prospettiva garantita. La maggior parte dei progetti richiede tempo, competenze, tentativi e un reddito che li sostenga. Imparare un mestiere non spegne un’ambizione: spesso le dà fondamenta.

Il valore di mettersi in proprio

La difficoltà di ricambio si vede anche nelle professioni autonome. In ambiti come quello odontoiatrico, per esempio, si osserva una crescente presenza di strutture organizzate e reti di centri. Questi modelli possono ampliare l’accesso ai servizi e offrire efficienza; non sono, di per sé, sinonimo di qualità inferiore. La domanda da porsi è un’altra: come proteggere nel tempo la relazione con il paziente, la responsabilità del professionista e la qualità delle cure, qualunque sia il modello organizzativo?

Per un giovane professionista aprire uno studio o un’attività comporta rischi, investimenti e responsabilità. Servono coraggio e preparazione, ma anche condizioni che non rendano l’iniziativa individuale una corsa a ostacoli impossibile. Se sempre meno persone scelgono di costruire un’attività propria, il sistema perde autonomia, varietà e una parte importante della sua capacità di innovare.

Il patto che serve: responsabilità da entrambe le parti

Le imprese non possono limitarsi a chiedere ai giovani di adattarsi. Devono spiegare con chiarezza mansioni e orari, offrire formazione, riconoscere le competenze, garantire condizioni corrette e mostrare quali possibilità di crescita esistono. Un posto di lavoro diventa attrattivo quando non promette soltanto un ingresso, ma un percorso credibile.

Ai giovani spetta, a loro volta, la disponibilità a provare, imparare, assumersi responsabilità e attraversare la fase iniziale in cui si diventa davvero competenti. Non occorre rinunciare ai propri sogni: occorre distinguere il sogno dal piano che permette di realizzarlo. La professionalità nasce anche dalla costanza, dalla curiosità e dalla voglia di misurarsi con la realtà.

Scuole, imprese e istituzioni possono fare molto di più insieme: orientamento concreto, tirocini ben progettati, apprendistati di qualità e occasioni per conoscere i mestieri prima di scegliere. Il ricambio non si ottiene con un appello alla nostalgia né con la contrapposizione tra “noi” e “loro”. Si costruisce rendendo il lavoro comprensibile, rispettato e capace di offrire futuro.

L’Italia, e in particolare la Lombardia, ha una lunga tradizione di persone che hanno creato imprese, servizi e competenze partendo da occasioni reali e da molto impegno. Il compito degli imprenditori di oggi è trasmettere quel patrimonio; quello della nuova generazione è raccoglierlo e trasformarlo. Perché un’economia forte non si misura soltanto da quante aziende esistono, ma da quante persone sono pronte a farle crescere e a costruirne di nuove.


Fonti per i dati

● Eurostat, Regions in Europe – 2026 edition — PIL regionale 2024; l’Île-de-France è prima per valore assoluto e la Lombardia seconda.

● Istat, Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2024 — quota NEET italiana ed europea e composizione dei NEET.

Le considerazioni su ricambio, orientamento e professioni autonome riflettono un punto di vista imprenditoriale. L’esempio odontoiatrico è presentato come questione di organizzazione e qualità, non come giudizio generalizzato sui centri o sui professionisti.


Fabio Posca

Ceo BARONE SERVICE

 
 
 

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